Giurisprudenza Flash

Senza repechage il licenziamento per ragioni economiche è illegittimo

Senza repechage il licenziamento per ragioni economiche è illegittimo

La nota giurisprudenziale della Fondazione Studi sulla sentenza n. 10435 della Cassazione

Il datore di lavoro che nel licenziamento economico non valuta la possibilità di ricollocazione del lavoratore il cui posto è stato soppresso, incorre nella sanzione della illegittimità del licenziamento, ma non è detto che il lavoratore possa pretendere la tutela reintegratoria e la conservazione del posto di lavoro.  È quanto evidenzia la Corte di Cassazione con la sentenza n. 10435 del 2 maggio 2018, che viene approfondita nella nota giurisprudenziale della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro.

La suprema Corte sottolinea la necessità di verificare la sussistenza di entrambi i presupposti di legittimità e, quindi, sia delle ragioni inerenti all'attività produttiva, sia dell'impossibilità di ricollocare altrove il lavoratore, per graduare l'eventuale sanzione. Si tratta della prima sentenza sull'applicazione dell'obbligo di repechage secondo il nuovo art. 18 disegnato dalla riforma Fornero relativamente all’ipotesi di "manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo".

Rassegna stampa: Italia Oggi del 20.06

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L’indennità sostitutiva di ferie ha carattere retributivo

L’indennità sostitutiva di ferie ha carattere retributivo

La nota giurisprudenziale della Fondazione Studi sull'ultima ordinanza della Cassazione

La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro con la nota giurisprudenziale del 13.06.2018 si sofferma sulla natura dell'indennità sostitutiva delle ferie, oggetto di qualche incertezza anche nella giurisprudenza della Suprema Corte.

Inizialmente, infatti, si è ritenuto che l’indennità sostitutiva delle ferie e dei riposi settimanali non goduti abbia natura risarcitoria (e non retributiva) e sia, pertanto, esclusa dall’obbligo della contribuzione, restando soggetta alla prescrizione ordinaria decennale, che decorre anche in pendenza del rapporto di lavoro(Cfr. Cass. 11 maggio 2011, n. 10341; id. 27 agosto 2003, n. 12580). In sostanza, si è considerato che il diritto relativo derivi dall’inadempimento contrattuale del datore, il quale ha l’obbligo di far godere le ferie al lavoratore, ponendo in rilievo il fatto che con l’indennità si voglia porre rimedio alla perdita del riposo.

Da ultimo, la Corte di Cassazione, con l’ordinanza 13473, sezione Lavoro del 29.05.2018, ha ritenuto, invece, che l’indennità sostitutiva di ferie abbia carattere retributivo e goda della garanzia prestata dall’articolo 2126 cod. civ. a favore delle prestazioni effettuate con violazione di norme poste a tutela del lavoratore, con conseguente assoggettabilità alla contribuzione previdenziale a norma dell’art. 12 della legge n. 153 del 1969.

Leggi la nota giurisprudenziale della Fondazione Studi

Rassegna stampa: Italia Oggi del 14.06.2018

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Illegittimo licenziamento dipendente che denuncia furto senza impedirlo

Illegittimo licenziamento dipendente che denuncia furto senza impedirlo

Nota giurisprudenziale della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro sulla sentenza n. 8407 della Cassazione

È illegittimo il licenziamento per giusta causa di un dipendente che, appreso di un furto da parte di un sottoposto e non avendolo potuto impedire, ha comunque tempestivamente segnalato il fatto ai propri superiori. Lo ha stabilito la Sezione lavoro della Corte di Cassazione con la sentenza n. 8407 del 5 aprile 2018, che viene approfondita nella nota giurisprudenziale della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro.

La Corte riafferma, anche per il nuovo regime delle "tutele crescenti" introdotto dal Jobs Act, il principio per cui spetta al giudice verificare l’effettiva gravità della condotta addebitata al lavoratore e quindi solo un palese e notevole inadempimento degli obblighi contrattuali giustifica il licenziamento.

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Cassazione: massima tutela per contestazione disciplinare tardiva

Cassazione: massima tutela per contestazione disciplinare tardiva

Nell'approfondimento giurisprudenziale della Fondazione Studi il commento alla sentenza.

Se la contestazione disciplinare è tardiva il fatto contestato deve considerarsi come fatto insussistente, con conseguente applicazione della tutela reintegratoria ex art. 18 dello Statuto dei lavoratori, a patto che l’azienda sia in regime di tutela reale e che non si applichino le tutele crescenti. Così la Corte di Cassazione con la sentenza n. 2513 del 31 gennaio 2017, commentata nell'approfondimento giurisprudenziale della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro.

Secondo l'orientamento della Suprema Corte il ritardo nella contestazione disciplinare, impedendo la verificabilità giudiziale del fatto, è equiparabile alla sua insussistenza materiale e per questo giustifica l’applicazione della massima tutela legale.   

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Giustificato motivo oggettivo: al giudice il controllo delle ragioni addotte

Giustificato motivo oggettivo: al giudice il controllo delle ragioni addotte

La nota giurisprudenziale della Fondazione Studi sulla sentenza della Cassazione.

Legittimo il controllo da parte dei giudici sull'effettività del motivo che ha determinato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Con la sentenza n. 24803 del 5 dicembre 2016, infatti, la Corte di Cassazione si è pronunciata su questo tipo di licenziamento ribadendo il controllo del giudice in ordine all’effettiva sussistenza delle ragioni addotte dal datore di lavoro. Per i Giudici di legittimità il licenziamento per giustificato motivo oggettivo deve fondarsi su ragioni effettive, serie e coerenti con il provvedimento preso e che, al tempo stesso, devono essere comprovate o comprovabili.

La nota giurisprudenziale della Fondazione Studi analizza la motivazione annessa alla sentenza della Cassazione.

Notizie correlate: Licenziamento collettivo, Cassazione: comunicazione finale obbligatoria - Licenziamento collettivo, nessuna reintegra senza criteri di scelta

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Licenziamento collettivo, Cassazione: comunicazione finale obbligatoria

Licenziamento collettivo, Cassazione: comunicazione finale obbligatoria
La nota giurisprudenziale della Fondazione Studi analizza la sentenza della Suprema Corte

In caso di licenziamento collettivo la comunicazione finale è obbligatoria anche in cessazione di attività, sempre nel termine perentorio di 7 giorni.
A sancirlo è la Corte di Cassazione con la sentenza n. 23736 del 22 novembre 2016, muovendo dall’interpretazione letterale dell’art. 24, comma 2, della legge n. 223/1991.  
 
Nella nota giurisprudenziale della Fondazione Studi l'analisi della sentenza, nella quale la Suprema Corte ribadisce la necessità di inserire nella comunicazione finale l’elenco di tutti i lavoratori licenziati e di effettuare l'invio in modo tempestivo per verificare che l’invocata cessazione aziendale non dissimuli una cessione d’azienda o la ripresa dell’attività sotto altra denominazione o ubicazione.        

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Licenziamento collettivo: nessuna reintegra senza criteri di scelta

Licenziamento collettivo: nessuna reintegra senza criteri di scelta

Cassazione: solo un'indennità risarcitoria per comunicazione incompleta.

In caso di licenziamento collettivo il datore di lavoro deve indicare "puntualmente" i criteri di scelta adottati per licenziare i lavoratori così da consentire ai lavoratori interessati, alle organizzazioni sindacali e agli organi amministrativi di controllare la correttezza dell’operazione e la rispondenza agli accordi raggiunti. In caso di comunicazione incompleta, non spetta la reintegra del lavoratore, ma solo un'indennità risarcitoria relativa al vizio di procedura.

È quanto sostenuto dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 19320 del 29 settembre 2016. Maggiori dettagli sono forniti nell'approfondimento giurisprudenziale della Fondazione Studi. 

Leggi l'approfondimento

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Licenziamenti: sì alla reintegra per fatto irrilevante sul piano disciplinare

Licenziamenti: sì alla reintegra per fatto irrilevante sul piano disciplinare

La nota giurisprudenziale della Fondazione Studi interviene sul concetto di "insussistenza del fatto contestato"

La Corte di Cassazione torna sull’interpretazione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori con la sentenza n.18418 del 20 settembre 2016, chiarendo che la reintegra dei lavoratori sui quali è stato applicato un licenziamento disciplinare viziato dall’«insussistenza del fatto contestato» (comma 4) si applica anche nell'ipotesi in cui il fatto, materialmente accaduto, sia privo di illiceità e quindi irrilevante sul piano disciplinare.

La nota giurisprudenziale della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro interviene sul concetto di "insussistenza del fatto contestato" spiegando che in caso di licenziamento del lavoratore assunto con contratto a tutele crescenti il fatto è insussistente quando, sebbene sia avvenuto materialmente, non costituisce un inadempimento delle obbligazioni contrattuali da parte del lavoratore e, conseguentemente, non è rilevante sul piano disciplinare.

Di conseguenza, se il fatto ha una rilevanza disciplinare, ma è sproporzionato rispetto al licenziamento, il datore di lavoro viene condannato a pagare un’indennità da 12 a 24 mensilità; se, invece, il fatto non è materialmente accaduto oppure è accaduto ma non ha   rilevanza disciplinare, perché è inconsistente o il lavoratore non ha colpa, il datore deve effettuare la reintegra del lavoratore (anche in regime di tutele crescenti).

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Licenziamenti nella P.A.: niente legge "Fornero"

Licenziamenti nella P.A.: niente legge

Per la Cassazione nelle amministrazioni pubbliche si applica l'art.18 dello Statuto dei lavoratori.

La legge “Fornero” non si applica ai dipendenti pubblici. Al licenziamento intimato dalle Amministrazioni nei confronti del proprio personale si applica la versione originaria dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. A stabilirlo è la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11868 del 9 giugno 2016 intervenuta sulla controversia sorta tra il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ed un suo funzionario licenziato in violazione della procedura disciplinare. Per i giudici della Suprema Corte è escluso che la disciplina della “Fornero” possa estendersi ai lavoratori del pubblico impiego. Nella nota giuriprudenziale della Fondazione Studi il commento alla sentenza.

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Licenziamento disciplinare: si può recedere dal rapporto subito dopo la giustifica

Licenziamento disciplinare: si può recedere dal rapporto subito dopo la giustifica

L'approfondimento giurisprudenziale della Fondazione Studi sulla sentenza del 22.04.2016 della Cassazione.

La Corte di Cassazione è intervenuta sulla disposizione contenuta all'art. 7, comma 5, dello Statuto dei Lavoratori che fissa in 5 giorni il termine per adottare una sanzione disciplinare a danno del lavoratore, in modo da impedire che la stessa venga proposta senza che l’incolpato abbia avuto la possibilità e il tempo per presentare la documentazione necessaria a giustificarsi.

Eppure, secondo quanto stabilito dalla Corte Suprema con la sentenza del 22 aprile 2016, n. 8180, nell’ambito di un procedimento disciplinare, se il lavoratore si giustifica prima che scadano i 5 giorni previsti dall’art. 7 dello Statuto, il datore è autorizzato a licenziare immediatamente anche senza attendere il termine della scadenza. L'approfondimento giurisprudenziale della Fondazione Studi illustra la sentenza e la questione relativa al termine massimo entro il quale il datore è obbligato ad effettuare il licenziamento.

Notizie correlate: Reato accedre all'email del dipendente protetta da password - Il datore non risponde per condotta imprevedibilmente colposa del lavoratore

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